I S T I T U T O   M A G I S T R A L E
"CARLO  TENCA" - MILANO

P. I. 80126370156   Cod. Mecc. MIPM11000D
www.istitutotenca.it  -  e-mail: info@istitutotenca.it


Certificazione UNI ES ISO 9001




Il valore educativo del Patto Scuola-Famiglia.


Incontro del 15.9.2007 con i genitori delle classi prime.


" Il Dirigente Scolastico ringrazia i genitori che hanno raccolto l’invito a un colloquio con la scuola.
Il numero (135 presenze) e l’attenzione dei partecipanti hanno contribuito a rafforzare il legame scuola-famiglia e hanno dato significato al nostro operare"


Come promesso si trascrive l’intervento della prof.ssa Teresa Tonna, referente dell’Accoglienza.

Al termine dell’anno scolastico appena trascorso, il nostro istituto ha ricordato i cento anni dell’edificio che lo ospita con un seminario sul tema: <<Una educazione per i giovani. Oggi.>>
Dagli interventi sono uscite numerosi osservazioni sui nuovi giovani, fra cui la necessità di dare concretezza agli interventi educativi.
Il PATTO scuola-famiglia, che il nostro istituto ha stipulato con i genitori delle prime classi, nasce da un’ indicazione del Ministro della Pubblica Istruzione, è stato approvato dal collegio dei Docenti e si ispira , nella sua formulazione, proprio alla concretezza di cui si è parlato nel nostro seminario.
Che cosa di più concreto del lavoro, nella nostra società in cui tutti lavoriamo?
Anche a scuola lavorano tutti: gli studenti, gli insegnanti, il personale non docente, ognuno svolgendo un compito ben definito. Gli insegnanti insegnano, i non docenti svolgono le loro mansioni, gli studenti studiano, o almeno dovrebbero studiare.
Ma sembra che i nuovi adolescenti non si accorgano di tale semplice fatto. Per loro la scuola è un luogo di divertimento, di socializzazione e, nella peggiore delle ipotesi, un luogo in cui ci si annoia. In quanto agli adulti che sono nella scuola, devono essere al loro servizio, e non seccarli troppo, oggi si usa la parola stress, gli adulti non devono stressarli.
I nuovi adolescenti sono abituati a non assumersi mai la responsabilità delle loro azioni: se arrivano sistematicamente in ritardo, la colpa è dei mezzi pubblici; se la scuola è in disordine, la colpa è dei collaboratori scolastici; se vengono non promossi, la colpa è dei professori; se vengono ripresi per un abbigliamento non adeguato, la colpa è delle insegnanti che…”rompono”.
Ci sono, è vero e per fortuna, ragazzi seri e responsabili, a cui sta a cuore imparare, che sanno divertirsi imparando, che hanno il senso della scuola, che studiano con serietà e curiosità, e globalmente sono la maggioranza, ma il problema è costituito dalla minoranza, che crea però molto disturbo, perché disturba le lezioni con chiacchiere, perché non rispetta l’uso dei locali e delle attrezzature, perché arriva in ritardo, perché salta le lezioni. Tale minoranza è di disturbo al lavoro degli insegnanti e dei compagni, perché il lavoro della maggioranza viene interrotto, viene rallentato. Insomma esiste una minoranza di studenti che non sa stare a scuola e quindi disturba la scuola.
Il valore educativo del patto che vi è stato proposto consiste proprio nel recupero dell’importanza dell’apprendimento come lavoro.
Far vivere la scuola come luogo di lavoro significa dare alla scuola la dignità del lavoro, significa cioè ridare alla scuola l’importanza di luogo in cui si va per imparare.
Il lavoro, nella costituzione della Repubblica italiana ha una grande dignità. Il primo articolo recita: “ L’Italia è una repubblica, fondata sul lavoro.”
Se vogliamo fare dei nostri ragazzi dei cittadini italiani, è opportuno insegnare loro il valore del lavoro e della fatica che esso richiede.
Per noi adulti il lavoro è un valore, perché abbiamo sperimentato che attraverso di esso si ha garantito il necessario per vivere, a volte l’agiatezza, si ha garantita l’autonomia e quindi la dignità personale.
Nella mia generazione solo il 20% dei giovani frequentava le scuole superiori, se non ci si impegnava, l’alternativa era andare a lavorare: fare cioè lavori non qualificati, a quel tempo mal retribuiti. Perciò andare a scuola era un privilegio, oggi invece è un obbligo; per i ragazzi è ovvio, scontato, andare a scuola.
Ma se noi li abituiamo a sentire la scuola come un luogo di lavoro, del loro lavoro, riusciremo più facilmente ad abituarli ad assumersi le loro responsabilità. Chi lavora è adulto, solo i bambini giocano. E sono gli adulti ad essere responsabili delle loro azioni.
I ragazzi aspirano a diventare maggiorenni, perché pensano alla loro libertà, io dico sempre loro, quando mi annunciano la loro maggior età, la stessa frase che ho detto a mio figlio: << Ricordati che adesso in galera ci vai tu!, non più io.>> Li richiamo dunque alla responsabilità delle loro azioni: la responsabilità è l’altra faccia della libertà.
Educare dunque alla responsabilità significa educare gli adolescenti a diventare adulti, e la prima responsabilità che loro hanno è quella di frequentare la scuola, essendo puntuali, rispettando il ritmo del lavoro scolastico e soprattutto rispettando gli insegnanti come persone che hanno la responsabilità del percorso didattico ed educativo, perché tutte le discipline che si studiano a scuola e il fatto stesso di studiare sono di per sé educativi. Insomma nel momento in cui istruisce la scuola educa, perché porta a una visione diversa della realtà, più ampia, più articolata, perché costringe a sopportare la fatica, perché attiva svariate capacità mentali.
Far fatica a scuola è normale: chi dice di non far fatica o non fa nulla o ha un tale allenamento allo studio che impara con grande facilità. Bisogna ricordare ai ragazzi che anche a studiare si impara. Faccio spesso l’esempio della mia prima prova di cuoca a quattordici anni: impiegai quattro ore a preparare un piatto che oggi è pronto in mezz’ora, sporcai la cucina in maniera esagerata, mi stancai tantissimo e il risultato fu decisamente mediocre. Solo mio padre ebbe pietà di me e mangiò tutto con grandissimo entusiasmo; mia madre disse che avevo fatto dosi per un esercito. Ero stanca e infelice. Oggi cucino con leggerezza, è un divertimento e sono considerata una brava cuoca. Mia nuora dice che venire a mangiare da me è meglio che andare al ristorante.. e se lo dice una nuora….!
Ecco è così anche per lo studio: se ci si abitua a studiare, a mano a mano si fa meno fatica e si diventa più bravi. Ripeto anche sempre che intelligenti non si nasce, si diventa, studiando. Lo dico per esperienza, ma le neuroscienze mi danno ragione. Per questo l’obbligo scolastico si alza nei paesi sviluppati, perché il nuovo tipo di lavoro ha bisogno di persone intelligenti, cioè che abbiano attivate molte capacità mentali.
D’altra parte fare fatica, quando si ha uno scopo, è un fatto positivo, che dà energia, carica, entusiasmo, è un potente antidepressivo. Tant’è vero che, quando si fa dello sport, si fa fatica e si è contenti e nessuno ci costringe.
Perciò con il patto la scuola chiede alla famiglia di collaborare, appoggiando la scuola nel suo sforzo educativo.
Innanzi tutto la frequenza continua e assidua, a meno che non ci siano motivi gravi di salute che vanno segnalati. Si assiste spesso all’assurdo di ragazzi che vengono a scuola con la febbre dell’influenza ( e spandono germi in giro) per fare una verifica, che senz’altro non potrà essere brillante: hanno la febbre, ma poi stanno assenti o per un’uscita scolastica o per motivi futili, o perché la famiglia va in vacanza. E’ invece opportuno che se un ragazzo sta male, stia a letto e si curi ( le verifiche, se un ragazzo studia con regolarità e continuità, possono essere recuperate. Sarà cura degli insegnanti farle recuperare, se ce ne sarà bisogno) e invece frequenti tutte le attività che la scuola offre, senza decidere lui quello che gli piace o no. E’ anche opportuno che la famiglia rispetti il tempo della scuola. La scuola ha i suoi tempi, i suoi ritmi, che non sono al servizio delle necessità familiari di ogni singolo studente. La famiglia, se rispetta i tempi della scuola, rispetta la scuola e se la famiglia rispetta la scuola come luogo di lavoro dei figli, anche i ragazzi la rispetteranno.
Insomma dobbiamo educare i giovani a superare il principio del piacere e a comportarsi in base al criterio dell’utile, dato che il termine dovere è ormai fuori moda.
Quindi la serietà dell’impegno scolastico che vuol dire prima di tutto stare attenti alle lezioni, senza avere sotto il banco il telefonino per comunicare con chicchessia, anche con la famiglia. Se un ragazzo è a scuola e i genitori devono dargli una comunicazione importante, è opportuno telefonare a scuola. Il ragazzo verrà informato.
Un altro aspetto molto importante è l’abitudine a rispettare gli adulti che operano nella scuola, riconoscendone il ruolo.
Gli insegnanti vanno rispettati nel loro lavoro: se assegnano un compito lo fanno perché è funzionale all’apprendimento e il compito va svolto, altrimenti non si impara e va svolto per il giorno stabilito, altrimenti si perde il ritmo del lavoro e il lavoro stesso si rallenta. I ragazzi devono capire che quello che imparano in questi anni li accompagnerà per tutta la vita e più imparano adesso, meno dovranno imparare dopo o comunque dopo faranno meno fatica ad imparare.
All’apertura di quest’anno scolastico il ministro Fioroni ha lanciato il grido: <<Torniamo a imparare le tabelline e la grammatica, perché i ragazzi non sanno più l’italiano.>> Lo dicono i risultati dei test dell’INVALSI, l’istituto che verifica l’efficienza del sistema scolastico italiano. D’altronde il semi-analfabetismo è un problema tipico dei paesi sviluppati ( Stati Uniti ed Inghilterra), che è stato affrontato insieme al problema dell’analfabetismo, l’8 settembre, in sede mondiale. Anche l’Italia sta allineandosi in questo senso ai paesi più sviluppati. E questo è un male per la società italiana, tanto più che l’Italia aveva uno dei migliori sistemi scolastici d’Europa, fino a non molti anni fa.
Insomma bisogna tornare a imparare le nozioni di base: nomi di fiumi, monti, laghi, lo dice sempre il ministro.
Un analogo discorso si può fare per gli interventi degli adulti che correggono comportamenti non adeguati dei giovani: in tal senso tutti gli adulti che operano nella scuola sono tenuti a intervenire, lo ha ricordato giustamente il ministro Fioroni a proposito dei fenomeni di bullismo dello scorso anno.
I giovani devono rispettare gli adulti. I ragazzi di oggi non ubbidiscono più, ma sia la scuola, sia la famiglia devono insegnare a ubbidire.
Se un insegnante dice: << Entrate in classe>> non si continua a sostare in corridoio, parlando ad alta voce e disturbando le classi vicine. I ragazzi non ci pensano, ma è un loro limite. Se ascoltassero con rispetto gli adulti… e’ una lotta a volte sfiancante, un combattimento verbale inutile.
Quello che è importante è che la famiglia dia valore alla scuola, dia valore all’apprendimento.
Non si va a scuola per riempire il tempo, si va a scuola per imparare a diventare cittadini a pieno titolo, cittadini inseriti in una comunità, cittadini che hanno a cuore il rispetto della cosa pubblica.
Se i banchi e le attrezzature vengono danneggiati, sono i nostri soldi che li ripagano, sono i soldi delle nostre tasse. La scuola è un luogo pubblico, quindi il costo del suo funzionamento è un costo che paghiamo noi, cerchiamo di non gettare via i nostri soldi! Questo i ragazzi devono capirlo, come devono capire che tutto ciò che imparano è una loro ricchezza, è un patrimonio che accumulano, che, come dicevano i saggi antichi,” né le tignole, né la ruggine potranno corrodere.” Cioè sarà sempre loro e nessuno e niente potrà portarlo via.
Quindi abituare i giovani a dare alla loro fatica scolastica la dignità che ha la fatica di un lavoro svolto con serietà e impegno. Non è il livello della retribuzione che dà un compenso adeguato al lavoro, ma è tutto un complesso di fattori psicologici e sociali. ( Ce lo dicono le scienze umane).
Riuscire a scuola significa aumentare la propria autostima, significa acquisire capacità maggiori per muoversi nella società, significa avere la possibilità di svolgere attività lavorative, se non più retribuite, senz’altro più autonome e di responsabilità.
Infine il discorso sull’abbigliamento. Anche l’abbigliamento ha un significato sociale: è un linguaggio. Se si vuol essere rispettati come persone dotate di capacità mentali, non è opportuno ostentare il corpo. D’altra parte il modo in cui ci si veste, dice molto di noi, dei nostri gusti, della nostra personalità.
Quindi a scuola, come in un luogo di lavoro, si va con un abbigliamento adatto alla situazione.
Se, invitati a un matrimonio, non è gentile presentarsi vestiti in modo sciatto, così a scuola non è adeguato presentarsi vestiti come se si andasse in discoteca, come sarebbe ridicolo fare il bagno in mare vestiti. Sono consuetudini sociali, che hanno un senso, sarebbe opportuno che anche la famiglia insistesse nel rispetto di tali consuetudini, perché hanno una grande importanza sociale.
Chi fa la scuola per diventare clown, si deve vestire da clown, ma chi frequenta un liceo non è opportuno che si vesta da clown.
Perciò la nostra scuola invita la famiglia a far riflettere i giovani su tutti gli aspetti che conducono ad un comportamento adeguato. E’ proprio l’abitudine alla riflessione che va stimolata.
Se voglio essere rispettato nella mia individualità e nella mia dignità di persona, devo imparare a rispettare gli altri.
I ragazzi di oggi a 14 anni hanno spesso ancora atteggiamenti decisamente infantili : a loro è tutto concesso e rispondono solo alla punizione o al premio, non riescono ancora a capire le ragioni dei loro comportamenti, le ragioni sociali naturalmente.
L’invito a voi e l’impegno nostro è quello di lavorare insieme per abituarli a interiorizzare quei comportamenti che favoriscono il loro inserimento nella scuola e il loro successo scolastico, perché sono gli stessi che permetteranno loro di inserirsi nella società e di avere un lavoro adeguato alle loro aspirazioni. Lo strumento che la scuola fornisce è la riflessione, è opportuno che anche la famiglia lo usi. Si impara ripetendo. Noi adulti dobbiamo avere la pazienza di continuare a ripetere con fermezza, perché i giovani riescano ad interiorizzare i comportamenti utili alla loro vita: è la grande fatica di ogni educatore, ma, se si resiste e si continua insieme, si hanno risultati buoni, spesso ottimi.